Voltalacarta si è trasferito qui: http://janvoltalacarta.blogspot.com/

14 Agosto 2009 Commenti chiusi

Voltalacarta ha traslocato qui:

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In attesa, come questo blog…

7 Luglio 2009 1 commento

Una mostra fotografica per dire NO! agli incidenti sul lavoro

1 Aprile 2009 Commenti chiusi

STABAT MATER

15 Marzo 2009 Commenti chiusi

L’ultimo libro, in ordine di tempo, di Tiziano Scarpa io l’ho letto ed ho fatto bene.

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Una riunione che è valsa la pena

15 Marzo 2009 Commenti chiusi

La crisi nell’agonia delle merci

18 Febbraio 2009 1 commento

La crisi nell’agonia delle merci, di Norma Rangeri

Della crisi economica si parla e si scrive in abbondanza. La televisione tratta l’argomento come una emergenza tra le tante. Immigrazione, violenza, testamento biologico, crisi economica sono titoli nei telegiornali. Ma se la crisi la vedi, cominci anche a sentirla. Se vedi le facce dei disoccupati, le case dei cassaintegrati, i presidi degli operai infreddoliti davanti ai cancelli delle fabbriche che chiudono, le aziende semideserte e i magazzini pieni di merci invendute, allora cominci a capire cosa sta già succedendo e cosa accadrà nei prossimi mesi e anni.
Nella puntata di Presadiretta (Raitre, domenica, http://www.rai.tv/mpplaymedia/0,,RaiTre-PresaDiretta%5E17%5E185760,00.html) intitolata «Senza lavoro», le telecamere di Riccardo Iacona hanno girato l’Italia, dal Piemonte alle Puglie, mostrando alcuni epicentri del terremoto. Dal distretto pugliese dei divani, alle fabbriche emiliane di ceramiche, ai laboratori della moda milanese, al distretto friulano delle sedie. La scena più frequente mostra un cambiamento strutturale: la maggior parte di quelli che perdono il lavoro sprofondano nell’esercito di riserva, diventano lavoratori in nero della stessa azienda che li ha messi in mobilità. Questo consente di rimettere insieme uno stipendio, ma l’illegalità dilaga e l’arretramento delle condizioni di lavoro trasforma l’operaio, fino a ieri garantito, in un clandestino. A volte «cinese» solo di fatto (scantinati senza aria, ritmi al limite delle possibilità), spesso cinese a tutti gli effetti visto che i controlli della guardia di finanza scoprono laboratori con veri immigrati cinesi addetti a lavorazioni lasciate dai cassintegrati. L’altra immagine forte sono i capannoni con le postazioni di lavoro vuote, a cui fa da specchio l’ammassarsi di enormi quantità di merci che nessuno vuole o può più comprare. Dal piccolo negozio di abbigliamento dove non entra nessuno, allo sconfinato outlet sommerso dall’invenduto. La merce diventa la muta spettatrice di uno spettacolo surreale: ha perso il suo valore di scambio (chi la produce non ha a chi venderla), e il suo valore d’uso (il consumatore a cui è destinata non la compra).

La sovrabbondanza di merci abbatte i prezzi, le aziende crollano in sei mesi, nel nordest i fallimenti sono aumentati del 192 per cento. Fa impressione un magazzino di Udine pieno, dal pavimento al soffitto, di sedie già imballate e pronte per le esportazioni negli Usa, quando un annullamento dell’ordine è giunto come una mannaia. E così per tutti i marchi del made in Italy. Con «Senza lavoro» si guarda un’inchiesta che è anche un piccolo trattato di economia che, in via eccezionale, occupa la serata della famiglia italiana, prima di farla entrare nella sfarzosa bolla della kermesse sanremese.

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Decalogo per donne stuprate

15 Febbraio 2009 1 commento

Decalogo per donne stuprate (dal blog di femminismo a sud)

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Valvole di sicurezza

14 Febbraio 2009 Commenti chiusi

Valvole di sicurezza Nicola Cocco (Pavia, notte del 9 febbraio 2009).

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Non siamo solo una società di spettatori

14 Febbraio 2009 Commenti chiusi

Benefattori Anonimi di Ilvo Diamanti
[Non siamo solo una società di spettatori - concetto mutuato da Hannah Arendt - o almeno non dovremmo esserlo, tuttavia la difesa del bene comune non è più azione Politica ma azione mutualistica e volontaria, mentre E' la politica. ic]

Perche’ la politica non si occupa più del "bene comune"? La questione è molto dibattuta negli ambienti politici. Quasi che il problema non li riguardasse. Ma, forse, è per chiamarsi fuori. Sullo stesso argomento, peraltro, si interrogano le associazioni e i circoli culturali. Come fa, in questi giorni, l’Istituto intitolato a Vittorio Bachelet. Uno che al bene comune ha dedicato e sacrificato la vita. Ho, tuttavia, l’impressione che la discussione sia viziata da un equivoco di fondo, riassumibile nel legame – dato per scontato – binomio tra bene comune e politica. Attribuendo la (presunta) scomparsa del bene comune, dalla scena pubblica, alla politica. Corrotta. Oligarchica. Ridotta a marketing. A spettacolo di bassa qualità, in onda a tempo pieno sui media. Il che è quantomeno parziale e riduttivo. Anche accettando l’idea di una politica asservita alla logica del marketing. Una politica che costruisce i messaggi e i comportamenti in base alle preferenze espresse dal pubblico a cui si rivolge. E si serve del Grande Orecchio Demoscopico. GOD. Il Dio dell’Opinione. E’ lecito il sospetto. Se la Politica, serva dell’Opinione Pubblica, non si interessa al Bene Comune forse è perché il bene comune non interessa all’opinione pubblica. Se non a parole. D’altronde, da molto tempo il Bene Comune gode di reputazione modesta. E’ irreputato. Sotto diversi punti di vista e per diverse ragioni, che riguardano entrambi i termini del concetto.
Anzitutto il Bene, da parecchio tempo, è considerato male. E guardato peggio. Chi lo predica è considerato un idealista. Un cacciatore di nuvole, visto che gli ideali sono vaporosi, mutevoli e viaggiano rapidi. Proprio come le nuvole. Ma soprattutto: è ritenuto un debole. Vizio imperdonabile al tempo dei "cattivi", degli intolleranti, degli sceriffi, delle ronde, dei giustizieri I nemici del "buonismo" (il pensiero debole fondato sul bene) godono di grande consenso, oggi, perché "rassicurano". Solo i cattivi possono difenderci dai cattivi che ci minacciano.
L’altro termine del concetto, Comune, è ancora più usurato. Non si sente più nominare. Se qualcuno ne parla è solo per sbaglio. E, quindi, si scusa e si corregge subito. D’altronde, veniamo da secoli di elegia del privato, dell’individuo, della specificità e della differenza. Ciò che è in "comune" non è di nessuno. Per cui è senza valore. Tanto più se viene associato – come spesso capita – al Pubblico, che, a sua volta, è perlopiù associato allo Stato. E tutto ciò che è Pubblico e Statale viene guardato con disprezzo. Pensate al Pubblico Impiego. Agli Statali. Ai Professori. Genia di fannulloni. Peggio dei romeni.
Si salva solo il pubblico con la p minuscola. La società intesa come una platea di spettatori che assistono – indifferenti – alla politica, alla cronaca rosa e nera, alle partite di calcio. Eternamente davanti agli schermi e ai media. Il pubblico, lo Stato. La gente li invoca solo in caso di emergenza. Come pronto soccorso. Dove si giunge in condizione di necessità e di urgenza e per questo ogni intervento sembra sempre tardivo, ogni terapia inadeguata. Così l’esasperazione e il risentimento, invece di sopirsi, si accendono ancor di più.
Per cui è difficile che la politica persegua il "bene comune", guardato dalla società con sospetto misto a dileggio. Certo, l’analista disincantato potrebbe avanzare il sospetto che la realtà sia diversa. E osservare che il "bene comune" non è scomparso. Anzi, muove i sentimenti e i comportamenti di gran parte delle persone. Basta pensare all’agire altruista e solidale. A quanti – tanti – fanno donazioni, dedicano parte del loro tempo ad attività volontarie. A quanti – tanti – si impegnano, nel loro quartiere e nel loro paese – per fini "comuni". Nella tutela dell’ambiente, del paesaggio, in azioni caritative. A quanti – tanti – si mobilitano a sostegno di valori universali. La pace, la solidarietà, il lavoro. Potrebbe, l’analista controcorrente, segnalare come il malessere sociale dipenda, almeno in parte, proprio dalla povertà di spazi, luoghi, occasioni dedicati al bene comune. Alla vita di "comunità".
Perché il bene comune non serve solo al bene comune ma anche al bene(ssere) di chi lo persegue e lo pratica. Perché agire in "comune", per il bene "comune" soddisfa il "proprio" bene; il proprio bisogno di identità, di riconoscimento. Perché abbiamo bisogno di altruismo e di comunità. Ma, appunto, si tratterebbe solo di provocazioni. Per scandalizzare e, magari, far parlare i media. Guai a dire alla gente che è meglio di come è dipinta ed essa stessa si dipinge. Che, anche se non lo vuole ammettere, se non ne vuol sentir parlare: contribuisce al "bene comune". Guai. Penserebbe che la prendi in giro. Peggio: che la insulti e intendi metterla in cattiva luce.
Meglio rassegnarsi, allora. Essere duri, inflessibili Dei mostri. Infelici. Almeno in pubblico. E per consumare la dose quotidiana di "bene comune" di cui abbiamo bisogno, meglio attendere. Quando e dove nessuno ci vede. Da soli. O in associazioni specializzate. Gli alcolisti anonimi del bene comune. I benefattori anonimi.

"La Repubblica", 14 febbraio 2009

Etty Hillesum: “La vita è difficile, ma non è grave”.

27 Gennaio 2009 Commenti chiusi

Etty Hillesum Le "Lettere" di Etty Hillesum "Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per intraprendere il viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non poter più volare liberamente come un uccello". di Maria Agostinelli Questa storia va dal 14 agosto 1942 al 7 novembre 1943. È una storia raccontata da una ragazza ebrea non ancora trentenne dal volto appena paffuto, i capelli neri tagliati corti, la bocca calma, gli occhi scuri. Si svolge un poco ad Amsterdam, ma soprattutto in uno spazio di circa 500 mq ritagliato in una delle regioni meno ospitali d’Olanda: il campo di smistamento di Westerbork, dove migliaia di ebrei furono spediti da tutti i Paesi Bassi ad aspettare il loro turno verso Auschwitz. Questa, inoltre, è una storia epistolare perché è formata da tutte le lettere che quella ragazza, Etty Hillesum, scrisse ai suoi amici nei 15 mesi prima della morte. Il fango, il freddo, la malattia e la disperazione, e poi la mancanza cronica di cibo e medicine: questa era la quotidianità a Westerbork, e questo è il sottofondo continuo di quelle lettere. Ma c’è anche dell’altro. Etty Hillesum lavorava a Westerbork come membro del consiglio ebraico di Amsterdam e si occupava dei bisogni materiali dei suoi abitanti: faceva avanti e indietro tra il campo e la capitale, spediva lettere dal campo e dalla capitale, fino a quando non decise di restare in pianta stabile nel campo. Westerbork lo vediamo attraverso le sue parole: un insieme di baracche di legno di grandezza variabile che potevano ospitare da un nucleo familiare fino a decine di persone. L’aria irrespirabile nonostante gli spifferi gelidi, il sovraffollamento, il tanfo, le liti per un libro, i parti nelle cucine, la polvere invincibile: l’immagine materica e notoria dei lager che conosciamo dai libri, dai film, dai testimoni e persino dai fumetti. Ma, come dire, questa immagine è solo il pretesto delle lettere della Hillesum, perché lei riuscì ad allargare i 500 mq di Westerbork a dismisura. Partì – la facciamo partire da qui solo per comodità di narrazione – dalla natura esterna a Westerbork: dalle coltivazioni di colza e dai loro fiori estivi, dalla polvere multicolore della terra asciutta, dalle sfumature inspiegabili del cielo; Etty riusciva a guardare fuori. Continuò col descrivere ai suoi corrispondenti la vita scandita e desolata del campo, la necessità e insieme la futilità delle convenzioni sociali che alcuni abitanti si incaponivano a perpetuare (stare in una baracca con delle persone che "fuori" erano socialmente considerate era meglio che stare in baracca con dei poveracci) o anche il tepore dei sodalizi inaspettati. E poi cominciò a chiedere ai suoi amici di Amsterdam tante piccole cose materiali: una pila per poter camminare di notte, degli occhiali per proteggersi dalla polvere, del cibo. Etty si vergognava un poco di queste richieste, ma da loro dipendeva la vita dei suoi cari e dei suoi amici di lì: sono richieste gentili che rendono un panetto di burro, qualche fetta biscottata, un barattolo di marmellata degli oggetti splendidi e ricchi, dei rari concentrati di vita. E dopo ancora – dopo le baracche, la natura, la convivenza umana, la vita materiale – Etty scriveva di amore. Scriveva che il mondo era pieno di bellezza. Sapeva benissimo che da Westerbork si andava verso la morte, e dunque il suo appello scintillante alla vita e all’umanità degli uomini non assunse mai le caratteristiche buoniste della stolidità. Etty Hillesum, come già si è detto negli altri contributi che compongono questo speciale su di lei, era religiosissima, di una religiosità capace di travalicare le confessioni. Eppure ciò che veramente scuote nelle sue lettere è il senso d’immanenza che le pervade: l’attenzione, la cura, la ricchezza con cui lei fu capace di riempire ogni momento di vita nel campo, il qui e ora. E non è un caso, forse, che raramente nelle sue missive vengano descritti dei decessi o nominati dei morti: la sua preoccupazione non fu mai il trapasso, men che mai il proprio, non fu mai il pensiero di un presunto al di là. Etty Hillesum era piuttosto preoccupata dal rapporto tra la sua interiorità e l’esterno, da ciò che fattivamente poteva fare per vivere e far vivere all’interno del recinto spinato di Westerbork. La parola "nazista" non viene nominata quasi mai, perché Etty non voleva che la propria esistenza fosse contornata da un qualche rapporto col nemico: io sono Etty in quanto Etty, non in quanto vittima dei nazisti. Niente è angelico o astratto nelle lettere dell’autrice, al punto che, quando la morsa del genocidio si farà più stretta e la possibilità di avere della corrispondenza diverrà più rara, dalla sua penna trapelerà una sorta di paura, il timore di avere ancora molto da dire senza poterlo fare: sono lettere più concitate, più urgenti, più ravvicinate, segretamente più disperate. È il rush finale. Da lì a poco Etty e la sua famiglia verranno caricati sull’ennesimo vagone diretto ad Auschwitz per non farne ritorno. Dopo avere letto le sue lettere ad una ad una e averne seguito lo sviluppo narrativo – che è insieme conoscenza di Westerbork e graduale conoscenza interiore della Hillesum – la cartolina finale da lei lanciata dal treno merci che la portava in Polonia colpisce come un maglio: termina con un "Arrivederci" che commuove fino alle lacrime. E, dopo aver chiuso questo volume, si rimane con la pacifica e perdurante sensazione dell’importanza irripetibile di ogni cosa, come se ogni cosa fosse un unico, vitale panetto di burro. Hillesum, Etty Lettere. 1942 – 1943 Adelphi 2005 – pagg.149, euro 7,00. Traduzione di Chiara Passanti

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