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Etty Hillesum: “La vita è difficile, ma non è grave”.

27 Gennaio 2009

Etty Hillesum Le "Lettere" di Etty Hillesum "Anche oggi il mio cuore è morto più volte, ma ogni volta ha ripreso a vivere. Io dico addio di minuto in minuto e mi libero da ogni esteriorità. Recido le funi che mi tengono ancora legata, imbarco tutto quel che mi serve per intraprendere il viaggio. Ora sono seduta sulla sponda di un canale silenzioso, le gambe penzolanti dal muro di pietra, e mi chiedo se il mio cuore non diventerà così sfinito e consunto da non poter più volare liberamente come un uccello". di Maria Agostinelli Questa storia va dal 14 agosto 1942 al 7 novembre 1943. È una storia raccontata da una ragazza ebrea non ancora trentenne dal volto appena paffuto, i capelli neri tagliati corti, la bocca calma, gli occhi scuri. Si svolge un poco ad Amsterdam, ma soprattutto in uno spazio di circa 500 mq ritagliato in una delle regioni meno ospitali d’Olanda: il campo di smistamento di Westerbork, dove migliaia di ebrei furono spediti da tutti i Paesi Bassi ad aspettare il loro turno verso Auschwitz. Questa, inoltre, è una storia epistolare perché è formata da tutte le lettere che quella ragazza, Etty Hillesum, scrisse ai suoi amici nei 15 mesi prima della morte. Il fango, il freddo, la malattia e la disperazione, e poi la mancanza cronica di cibo e medicine: questa era la quotidianità a Westerbork, e questo è il sottofondo continuo di quelle lettere. Ma c’è anche dell’altro. Etty Hillesum lavorava a Westerbork come membro del consiglio ebraico di Amsterdam e si occupava dei bisogni materiali dei suoi abitanti: faceva avanti e indietro tra il campo e la capitale, spediva lettere dal campo e dalla capitale, fino a quando non decise di restare in pianta stabile nel campo. Westerbork lo vediamo attraverso le sue parole: un insieme di baracche di legno di grandezza variabile che potevano ospitare da un nucleo familiare fino a decine di persone. L’aria irrespirabile nonostante gli spifferi gelidi, il sovraffollamento, il tanfo, le liti per un libro, i parti nelle cucine, la polvere invincibile: l’immagine materica e notoria dei lager che conosciamo dai libri, dai film, dai testimoni e persino dai fumetti. Ma, come dire, questa immagine è solo il pretesto delle lettere della Hillesum, perché lei riuscì ad allargare i 500 mq di Westerbork a dismisura. Partì – la facciamo partire da qui solo per comodità di narrazione – dalla natura esterna a Westerbork: dalle coltivazioni di colza e dai loro fiori estivi, dalla polvere multicolore della terra asciutta, dalle sfumature inspiegabili del cielo; Etty riusciva a guardare fuori. Continuò col descrivere ai suoi corrispondenti la vita scandita e desolata del campo, la necessità e insieme la futilità delle convenzioni sociali che alcuni abitanti si incaponivano a perpetuare (stare in una baracca con delle persone che "fuori" erano socialmente considerate era meglio che stare in baracca con dei poveracci) o anche il tepore dei sodalizi inaspettati. E poi cominciò a chiedere ai suoi amici di Amsterdam tante piccole cose materiali: una pila per poter camminare di notte, degli occhiali per proteggersi dalla polvere, del cibo. Etty si vergognava un poco di queste richieste, ma da loro dipendeva la vita dei suoi cari e dei suoi amici di lì: sono richieste gentili che rendono un panetto di burro, qualche fetta biscottata, un barattolo di marmellata degli oggetti splendidi e ricchi, dei rari concentrati di vita. E dopo ancora – dopo le baracche, la natura, la convivenza umana, la vita materiale – Etty scriveva di amore. Scriveva che il mondo era pieno di bellezza. Sapeva benissimo che da Westerbork si andava verso la morte, e dunque il suo appello scintillante alla vita e all’umanità degli uomini non assunse mai le caratteristiche buoniste della stolidità. Etty Hillesum, come già si è detto negli altri contributi che compongono questo speciale su di lei, era religiosissima, di una religiosità capace di travalicare le confessioni. Eppure ciò che veramente scuote nelle sue lettere è il senso d’immanenza che le pervade: l’attenzione, la cura, la ricchezza con cui lei fu capace di riempire ogni momento di vita nel campo, il qui e ora. E non è un caso, forse, che raramente nelle sue missive vengano descritti dei decessi o nominati dei morti: la sua preoccupazione non fu mai il trapasso, men che mai il proprio, non fu mai il pensiero di un presunto al di là. Etty Hillesum era piuttosto preoccupata dal rapporto tra la sua interiorità e l’esterno, da ciò che fattivamente poteva fare per vivere e far vivere all’interno del recinto spinato di Westerbork. La parola "nazista" non viene nominata quasi mai, perché Etty non voleva che la propria esistenza fosse contornata da un qualche rapporto col nemico: io sono Etty in quanto Etty, non in quanto vittima dei nazisti. Niente è angelico o astratto nelle lettere dell’autrice, al punto che, quando la morsa del genocidio si farà più stretta e la possibilità di avere della corrispondenza diverrà più rara, dalla sua penna trapelerà una sorta di paura, il timore di avere ancora molto da dire senza poterlo fare: sono lettere più concitate, più urgenti, più ravvicinate, segretamente più disperate. È il rush finale. Da lì a poco Etty e la sua famiglia verranno caricati sull’ennesimo vagone diretto ad Auschwitz per non farne ritorno. Dopo avere letto le sue lettere ad una ad una e averne seguito lo sviluppo narrativo – che è insieme conoscenza di Westerbork e graduale conoscenza interiore della Hillesum – la cartolina finale da lei lanciata dal treno merci che la portava in Polonia colpisce come un maglio: termina con un "Arrivederci" che commuove fino alle lacrime. E, dopo aver chiuso questo volume, si rimane con la pacifica e perdurante sensazione dell’importanza irripetibile di ogni cosa, come se ogni cosa fosse un unico, vitale panetto di burro. Hillesum, Etty Lettere. 1942 – 1943 Adelphi 2005 – pagg.149, euro 7,00. Traduzione di Chiara Passanti

 

"La via è difficile, ma non è grave" [modifica]

Una pagina significativa del suo Diario, scritta il 20 luglio 1942, in piena occupazione dell’Olanda :

  «  Sabato sera, mezzanotte e mezzo

(…) Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose.

Si deve insegnarlo agli ebrei.

Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è pur sempre il cielo, tutto quanto.

Non possono farci niente, non possono veramente farci niente.

Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori con il nostro atteggiamento sbagliato: con il nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, con il nostro odio e con la millanteria che maschera paura. Certo ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli.

Trovo bella la vita, e mi sento libera.

I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore.

La via è difficile, ma non è grave.

Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e "lavorare se stessi" non è proprio una forma di d’individualismo malaticcio.

Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile.

E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi.

Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.

 »

  ( Diario, pagine 126-127
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