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Non siamo solo una società di spettatori

14 Febbraio 2009

Benefattori Anonimi di Ilvo Diamanti
[Non siamo solo una società di spettatori - concetto mutuato da Hannah Arendt - o almeno non dovremmo esserlo, tuttavia la difesa del bene comune non è più azione Politica ma azione mutualistica e volontaria, mentre E' la politica. ic]

Perche’ la politica non si occupa più del "bene comune"? La questione è molto dibattuta negli ambienti politici. Quasi che il problema non li riguardasse. Ma, forse, è per chiamarsi fuori. Sullo stesso argomento, peraltro, si interrogano le associazioni e i circoli culturali. Come fa, in questi giorni, l’Istituto intitolato a Vittorio Bachelet. Uno che al bene comune ha dedicato e sacrificato la vita. Ho, tuttavia, l’impressione che la discussione sia viziata da un equivoco di fondo, riassumibile nel legame – dato per scontato – binomio tra bene comune e politica. Attribuendo la (presunta) scomparsa del bene comune, dalla scena pubblica, alla politica. Corrotta. Oligarchica. Ridotta a marketing. A spettacolo di bassa qualità, in onda a tempo pieno sui media. Il che è quantomeno parziale e riduttivo. Anche accettando l’idea di una politica asservita alla logica del marketing. Una politica che costruisce i messaggi e i comportamenti in base alle preferenze espresse dal pubblico a cui si rivolge. E si serve del Grande Orecchio Demoscopico. GOD. Il Dio dell’Opinione. E’ lecito il sospetto. Se la Politica, serva dell’Opinione Pubblica, non si interessa al Bene Comune forse è perché il bene comune non interessa all’opinione pubblica. Se non a parole. D’altronde, da molto tempo il Bene Comune gode di reputazione modesta. E’ irreputato. Sotto diversi punti di vista e per diverse ragioni, che riguardano entrambi i termini del concetto.
Anzitutto il Bene, da parecchio tempo, è considerato male. E guardato peggio. Chi lo predica è considerato un idealista. Un cacciatore di nuvole, visto che gli ideali sono vaporosi, mutevoli e viaggiano rapidi. Proprio come le nuvole. Ma soprattutto: è ritenuto un debole. Vizio imperdonabile al tempo dei "cattivi", degli intolleranti, degli sceriffi, delle ronde, dei giustizieri I nemici del "buonismo" (il pensiero debole fondato sul bene) godono di grande consenso, oggi, perché "rassicurano". Solo i cattivi possono difenderci dai cattivi che ci minacciano.
L’altro termine del concetto, Comune, è ancora più usurato. Non si sente più nominare. Se qualcuno ne parla è solo per sbaglio. E, quindi, si scusa e si corregge subito. D’altronde, veniamo da secoli di elegia del privato, dell’individuo, della specificità e della differenza. Ciò che è in "comune" non è di nessuno. Per cui è senza valore. Tanto più se viene associato – come spesso capita – al Pubblico, che, a sua volta, è perlopiù associato allo Stato. E tutto ciò che è Pubblico e Statale viene guardato con disprezzo. Pensate al Pubblico Impiego. Agli Statali. Ai Professori. Genia di fannulloni. Peggio dei romeni.
Si salva solo il pubblico con la p minuscola. La società intesa come una platea di spettatori che assistono – indifferenti – alla politica, alla cronaca rosa e nera, alle partite di calcio. Eternamente davanti agli schermi e ai media. Il pubblico, lo Stato. La gente li invoca solo in caso di emergenza. Come pronto soccorso. Dove si giunge in condizione di necessità e di urgenza e per questo ogni intervento sembra sempre tardivo, ogni terapia inadeguata. Così l’esasperazione e il risentimento, invece di sopirsi, si accendono ancor di più.
Per cui è difficile che la politica persegua il "bene comune", guardato dalla società con sospetto misto a dileggio. Certo, l’analista disincantato potrebbe avanzare il sospetto che la realtà sia diversa. E osservare che il "bene comune" non è scomparso. Anzi, muove i sentimenti e i comportamenti di gran parte delle persone. Basta pensare all’agire altruista e solidale. A quanti – tanti – fanno donazioni, dedicano parte del loro tempo ad attività volontarie. A quanti – tanti – si impegnano, nel loro quartiere e nel loro paese – per fini "comuni". Nella tutela dell’ambiente, del paesaggio, in azioni caritative. A quanti – tanti – si mobilitano a sostegno di valori universali. La pace, la solidarietà, il lavoro. Potrebbe, l’analista controcorrente, segnalare come il malessere sociale dipenda, almeno in parte, proprio dalla povertà di spazi, luoghi, occasioni dedicati al bene comune. Alla vita di "comunità".
Perché il bene comune non serve solo al bene comune ma anche al bene(ssere) di chi lo persegue e lo pratica. Perché agire in "comune", per il bene "comune" soddisfa il "proprio" bene; il proprio bisogno di identità, di riconoscimento. Perché abbiamo bisogno di altruismo e di comunità. Ma, appunto, si tratterebbe solo di provocazioni. Per scandalizzare e, magari, far parlare i media. Guai a dire alla gente che è meglio di come è dipinta ed essa stessa si dipinge. Che, anche se non lo vuole ammettere, se non ne vuol sentir parlare: contribuisce al "bene comune". Guai. Penserebbe che la prendi in giro. Peggio: che la insulti e intendi metterla in cattiva luce.
Meglio rassegnarsi, allora. Essere duri, inflessibili Dei mostri. Infelici. Almeno in pubblico. E per consumare la dose quotidiana di "bene comune" di cui abbiamo bisogno, meglio attendere. Quando e dove nessuno ci vede. Da soli. O in associazioni specializzate. Gli alcolisti anonimi del bene comune. I benefattori anonimi.

"La Repubblica", 14 febbraio 2009

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