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Valvole di sicurezza

14 Febbraio 2009

Valvole di sicurezza Nicola Cocco (Pavia, notte del 9 febbraio 2009).

Fonte: Il primo Amore

Sono tornato da poco dall’assemblea pubblica tenutasi in serata al Naga di Milano. Tanta gente, inaspettata per il modesto salone; volti tesi, persone che magari nella vita quotidiana sono miti professionisti, insegnanti, studenti che hanno ancora in bocca le formule del movimento dello scorso autunno. Gente che sa che si deve fare qualcosa, e che si chiede che cosa, perché in passato quella "cosa" non ha funzionato, perché le dinamiche di potere, perché i pesi politici, perché tutti i perché del caso. Durante il tragitto di ritorno, mi impongo di non pensare a nulla, alzo il volume dello stereo, la solita infinita playlist di Bob Dylan. E però. Però avverto che anche stavolta abbiamo sbagliato qualcosa, e abbiamo qualcosa da imparare (che poi uso un "noi" che è più una formula di speranza): ci siamo indignati ancora una volta con le pinze da francobolli, per l’emendamento che cancella il divieto di segnalazione per i medici. Ci stiamo arrovellando sul "il medico deve" o "il medico può", ci costringiamo a sentire le agghiaccianti delucidazioni di senatori ed onorevoli leghisti che glossano la loro agghiacciante trovata. Io ho imparato stasera, dai rappresentati di alcune associazioni di immigrati di Milano, (loro non indignati, loro proprio incazzati neri), che il vero scandalo è un altro, che sta passando nello stesso ddl quasi in sordina, col silenziatore della comune rassegnazione: il reato di clandestinità. Sarà in nome di questo reato che tutti i pubblici ufficiali (medici di pronto soccorso, ma anche dirigenti scolastici, per fare due esempi quotidiani) potranno trovarsi a dover denunciare gli stranieri irregolari, pena la denuncia penale per omissione di denuncia di reato da parte di pubblico ufficiale. Una legislazione securitaria che si regge sul terrore di reciproche denunce e delazioni. Ed è sempre da un’assemblea di queste facce miti di giorno e stasera incredibilmente tese e rosse, che emerge il fatto principale, che considerare un’ovvietà rischia di essere una colpa: il vero vulnus, in quest’atmosfera da ultimi tempi, è il ddl sicurezza nella sua interezza: spacciando sicurezza a buon mercato per gli italiani brava gente (cioè quelli con la partita IVA e qualcosa da temere), si accanisce con burocratico cinismo contro le fasce più deboli e povere della nostra società, cittadini italiani inclusi. "Il vero bersaglio sono i poveri, stranieri o italiani che siano!", grida una signora con accento milanese e lineamenti peruviani, minuta ma dalla rabbia possente come un dragamine. Reato di clandestinità, ronde padane, lista dei senzatetto, idoneità di alloggio per l’assegnazione della residenza, e altro e altro ancora: un elenco che quasi ci siamo abituati a leggere e a non comprendere nelle sintesi del Corriere o di Repubblica, perché riguardano quella realtà che molti di noi possono leggere, con rabbia anche, con solidarietà, certo; ma, per privilegio di nascita e di censo, non "comprendere" sulla propria pelle: il disagio, lo sradicamento, la povertà. Che tu sia un senegalese sbarcato il mese scorso, o un professionista bresciano con cui la roulette è stata perfida. Una volta di più, è fondamentale ascoltare chi il disagio e la povertà li vive, coinvolgerlo nei processi decisionali, di proposta e di cambiamento. Non pensare, mi ero riproposto, e le mani stringono il volante e la voce nasale dello stereo. Assemblee del genere hanno un grosso difetto: si è fra amici, o almeno tra persone che partono da uno strato di rabbia e sensibilità comune. E allora mi chiedo, tra le curve, come si fa, come diavolo si fa a parlare con quelli che non la pensano come "noi"? Mi pongo spesso in questi giorni il problema del parlare con "loro", con gli immigrati spaventati ed arrabbiati; ma c’è anche un altro "loro", quelli che plaudono al ddl sicurezza, quelli che non vedono l’ora di andare a spasso nelle ronde; quelli che semplicemente non possono comprendere la gravità della situazione italiana, per pura e colpevole ignoranza. Parlare con "loro", ascoltare le "loro" ragioni. Gesù, che fatica. E se fosse tutto un problema di linguaggio? Ma no che non lo è. Ad una decina di chilometri da Pavia poi, nonostante lo sforzo di non pensare, mi viene in mente il meccanismo della pentola a pressione; una fissazione del professore di fisica del liceo, che così cercava di inculcarci gli arcani della dinamica dei gas: aumentando la pressione all’interno della pentola (impedendo ad aria e vapore di fuoriuscire), aumenta il punto di ebollizione dell’acqua. E’ una legge fisica; ed è una legge politica. Ma c’è un aspetto della pentola a pressione che mi ha sempre affascinato: la valvola di sicurezza, che si innalza se la pressione interna aumenta troppo. E’ lo strumento di controllo semplice ed efficace che spruzza vapore nelle cucine; ed è anche uno strumento sociale e politico. E che c’entra; e c’entra. Perché è una pentola a pressione quella in cui stiamo vivendo, quella in cui ci stiamo agitando. Emozioni, propaganda, scontri, denunce, povertà attuali e potenziali. C’è ancora il vapore degli studenti, che ora sono a mordersi le mani sui libri per gli esami e su errori invernali e possibili primavere; mentre migliaia di insegnanti delle elementari attendono la mannaia più irresponsabile della storia dell’istruzione di questo Paese. Gli immigrati che assistono a ciò che si dice e si decide delle loro esistenze e delle loro reputazioni, vivono la colpevolizzazione etnica quotidiana per reati orribili, strumentalmente branditi come emergenza nazionale e ormai passibili di linciaggio. Gli immigrati che leggono il ddl sicurezza (lo leggono, lo leggono), restano allibiti quanto io resto sconfortato. Gli immigrati che sentono di avere qualcosa da difendere perché conquistato con fatica e rischio della vita: un lavoro, un’abitazione (che magari sarà considerata troppo piccola per avere la residenza dal comune), un permesso di soggiorno che fa pena e fa penare. Gli italiani che non accettano lo schifo degli scontri tra poteri istituzionali all’ordine del giorno, che non si ferma davanti a nulla, neanche davanti al corpo di un essere umano al limite, alle sue intime funzioni vitali e al suo dolore. Gli italiani che non possono, non riescono ad accettare il gioco della democrazia, quando questo gioco ha un costo tanto grande e pericoloso. La pressione sta aumentando di giorno in giorno, e anche il calore sotto la pentola. Facce tese, qualcosa si deve fare, sì, ma che? E le valvole di sicurezza? "Loro", i novelli crociati padani e papalini, la loro valvola l’hanno trovata: creare un nemico. C’è la crisi, si perderanno migliaia di posti di lavoro, l’insicurezza cresce; creare un nemico: l’immigrato, lo "strano", il povero, quello ai margini. E’ lui che mette a repentaglio la vostra sicurezza, è lui che mina la vostra ricchezza e il vostro lavoro. Lo combatteremo con rigore, voi state tranquilli e guardate come lavoriamo in TV, tra una troiata e l’altra. E intanto, l’inadeguatezza delle misure per affrontare la crisi economica più inquietante (il vero nemico, seplicemente troppo grande per una classe politica impotente per poterne parlare con serietà e sincerità), passa in sordina, nelle pagine economiche dei giornali, tra le "cose tecniche"; meglio qualche pillola quotidiana di ciò che fa Obama. E le "nostre" valvole di sicurezza? Già intravedo le luci della città, ma questo pensiero degli sbocchi alle pressioni che stanno covando nel Paese mi fa rallentare. Assoluta sfiducia nei partiti di opposizione, per i motivi che sappiamo. Troppo macchiettistici. Respiro profondo quando si parla dei sindacati: certo, dobbiamo dialogare, però troppo deboli, sì, anche la CGIL, anche la CGIL. E’ questo il vapore che si respira in quelle assemblee di persone così tese, stasera. Forse c’è stata troppa "mitezza" nei mesi precedenti? Forse è un errore arrivare al rosso in faccia nei giorni dell’emergenza? Non si può che prenderne atto. E riconoscere il lavoro straordinario, di quotidiana assistenza e denuncia pressante che associazioni come il Naga, la SIMM, Msf, la Caritas, che molti medici ed infermieri e assistenti portano avanti da anni, non solo con gli immigrati. Sì, ma allora quali saranno le "nostre" valvole di sicurezza, adesso? Oltre alla manifestazione del 21 febbraio a Milano contro il ddl sicurezza, organizzata dalla CGIL e dalle associazioni di volontariato (Naga in primis), si parla di un grande sciopero generale degli immigrati (e di tutte le fasce colpite dal ddl, aggiungo io): bloccare la capitale economica del Paese, bloccare il Paese, per ricordare a lor signori quale parte importante del motore i "nuovi italiani" (regolari presenti e futuri) rappresentino. Bello, è uno sbocco. Potrebbe esserlo. Senz’altro, parlando di sbocchi, questa assemblea cittadina, con una partecipazione così "tanta" e sofferta, e le altre occasioni simili che spero si stiano diffondendo nel paese come un’orticaria; senz’altro questi sono sbocchi. Si parla di referendum, di usare ogni mezzo possibile che la legge mette a disposizione per arginare i barbari: un referendum contro il ddl sicurezza? Sì ma poi lo perdiamo, dice il politico scafato, perché "loro", gli italiani brava gente che hanno qualcosa da temere, ci credono in quel ddl, foss’anche solo per quella parola totemica e mediatica, "sicurezza". Ma siamo certi di perderlo, questo referendum? La valanga di no all’emendamento vergogna per i medici, dal papa a galan alla sinistra dei fiordi, non può essere un sintomo di una sensibilità scalfita, cambiata? Non so, di certo arrivo a Pavia con un po’ di sollievo per il fermento assaggiato a Milano, e un’amara constatazione: ci siamo focalizzati per giorni infuocati su un sintomo, l’emendamento vergogna per i medici, tralasciando la ferita grave: il reato di clandestinità. E l’aria irrespirabile che emana dal ddl sicurezza in toto. Mi ripeto, lo so, mi ripeto; ma lo studio della medicina insegna che curare il sintomo non scaccia la malattia. Sarà necessario ricordarla, la malattia, nei prossimi giorni: dichiararsi apertamente e con forza contro il reato di clandestinità, che trasforma tout court delle persone in criminali per il solo fatto di "esistere" sul territorio nazionale (e se semplifico lo faccio volutamente); bisognerà scagliarsi contro un provvedimento che sbandiera sicurezza abbattendosi con violenza ideologica sui più deboli (e con effettive possibilità di applicazione più che discutibili). Se anche dovessero cancellare l’emendamento vergogna per i medici, lasciando il resto invariato, il nostro resterà un corpo sociale seriamente compromesso, con un tocco di ipocrisia in più. I grammi di amarezza in bocca di questa sera sono anche in quella velata accusa, lanciata dalla dragamine milanese dall’accento sudamericano: "Voi vi siete indignati per quell’emendamento perché tocca la vostra morale di medici, non volete essere complici; ma quando vi avranno cancellato l’emendamento vergogna e tutto il resto sarà approvato, che succederà? basta appelli, basta assemblee pubbliche? vi sentirete a posto con la coscienza?" Le strade di Pavia si stanno riempiendo di buche, e anche se mi torna con affetto il ricordo delle strade di casa, giù in Basilicata, ho come l’impressione che la superficie stia sprofondando. Mi tolgo finalmente di testa l’immagine della pentola a pressione, Dylan può bere un bicchiere d’acqua, arrivo a casa. E leggo gli strilli che graffiano il bianco di una morte, che avrebbe bisogno finalmente di soffice silenzio. E del ministro dell’interno barbaro che denuncia Famiglia Cristiana. E vorrei tanto togliermi di dosso questa sensazione di "guerra civile", di "emergenza democratica", che appesantisce i vestiti; il sentore di una guerra dove l’arma più potente del "nemico", forse, è proprio la nostra presunta impotenza. Promemoria: nei tragitti brevi, viaggiare sempre in compagnia. Questo articolo è già uscito sul sito del Circolo Pasolini di Pavia

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